La via del compressore: la più grande provocazione nella storia dell’alpinismo

La via del compressore sul Cerro Torre

La via del compressore è una via di arrampicata tracciata sul Cerro Torre. Fu aperta nel 1970 da una spedizione guidata dal trentino Cesare Maestri, il celebre “ragno delle Dolomiti”.

La via prende il nome dal compressore che Maestri utilizzò per bucare la parete del Cerro Torre e attrezzarla con 360 chiodi a espansione. A distanza di oltre quarant’anni quel compressore (un FE dell’Atlas Copco) è ancora lì, appeso alla parete del Cerro Torre a meno di 100 metri dalla vetta.

Scopriamo insieme la storia della via del compressore, da molti considerata “la più grande provocazione nella storia dell’alpinismo”.

Il Cerro Torre, la montagna con il fungo di ghiaccio

Il Cerro Torre è una cima situata in Argentina e più precisamente in Patagonia, l’estrema porzione meridionale del continente americano. Una cima leggendaria e meravigliosa nel suo slancio verticale che la porta a toccare i 3133 metri sul livello del mare.

Non un gigante, dunque. Soprattutto se paragonato ai quasi 7000 metri dell’Aconcagua, la più alta elevazione dell’America meridionale, anch’essa situata in Argentina. Ma, si sa, le dimensioni non sono tutto!

Il Cerro Torre, con il suo caratteristico fungo di ghiaccio sommitale alto decine di metri e la sua ripidissima parete terminale di 900 metri, è stato per anni considerato inaccessibile. L’alpinista francese Lionel Terray (1921 – 1965), primo uomo a conquistare le vette del Makalu e del Fitz Roy, dichiarò nel 1952 che il Cerro Torre era “impossibile da scalare”: troppo ripide le sue pareti e troppo imprevedibili le condizioni meteorologiche della zona.

Alla conquista del Cerro Torre

La corsa alla conquista della vetta del Cerro Torre ebbe inizio negli anni cinquanta.

Cesare Maestri

Un’immagine di Maestri del 1969

Nel 1958 una spedizione trentina guidata dall’alpinista Bruno Detassis (per anni gestore del Rifugio Brentei nelle Dolomiti di Brenta) avvicinò il Cerro Torre da Est. Di quella spedizione faceva parte anche un Cesare Maestri non ancora trentenne, ma già celebre in patria per numerose ascese dolomitiche in solitaria. Quasi contemporaneamente un’altra spedizione guidata da Walter Bonatti e Carlo Mauri attaccò il Cerro Torre sullo spallone Sud-Ovest. Entrambe le spedizioni fallirono il tentativo di conquistare la vetta.

L’anno successivo Cesare Maestri tornò in Patagonia con il bolzanino Toni Egger, uno dei più grandi ghiacciatori dell’epoca. I due, secondo quanto poi dichiarato da Maestri, riuscirono a giungere in vetta: era il 31 gennaio 1959. Durante la discesa in corda doppia i due furono sorpresi da una scarica di neve e ghiaccio. Egger precipitò nel vuoto portando con sé la macchina fotografica che custodiva le prove della conquista del Cerro Torre. I suoi resti furono rinvenuti solo 15 anni più tardi sul ghiacciaio Torre (nessuna traccia, invece, della macchina fotografica). Maestri fu ritrovato in stato confusionale a 6 giorni di distanza dall’inizio della scalata. Fu tratto in salvo da Cesarino Fava, un componente della spedizione rimasto a supporto al campo base.

Il tentativo del 1970 e l’apertura della via del compressore

Negli anni successivi alle vicende del 1959, diverse spedizioni tentarono di conquistare nuovamente il Cerro Torre. Ci provarono gli inglesi, i giapponesi, gli spagnoli e ancora una volta gli italiani. Tutti fallirono.

Nel 1968 alcuni alpinisti avanzarono dei dubbi sulla veridicità del racconto di Cesare Maestri. Il “ragno delle Dolomiti” aveva veramente raggiunto la vetta del Cerro Torre o la sua era solo una colossale “truffa alpinistica”?

Via del compressore

Via del compressore
Foto di Davide Brighenti (CC BY 2.5)

Maestri evidentemente fu punto sul vivo. E così, venendo meno a una promessa fatta alla moglie, tornò in Patagonia con l’intenzione di conquistare nuovamente la cima del Cerro Torre. Era l’estate australe del 1970.

Maestri portò con sé un compressore del peso di 1 quintale che trascinò insieme alla sua spedizione sulla cresta Est, una via diversa da quella percorsa con Egger nel 1959. Usò il compressore per azionare un trapano e bucare il duro granito del Cerro Torre, attrezzando la via con oltre 360 chiodi a espansione.

Giunto al termine della parete rocciosa, Maestri non salì il fungo di ghiaccio che ricopriva la cima perché, come ebbe modo di affermare più tardi, “non fa veramente parte della montagna”. Nel percorso di discesa ruppe a martellate i chiodi degli ultimi metri di salita (chi avesse voluto ripercorrere la sua via, disse più avanti, avrebbe dovuto guadagnarsela) e abbandonò il compressore in parete, ancorato all’ultimo chiodo utile, dove tutt’ora si trova a più di 45 anni di distanza.

Così Maestri rispose a tutte le contestazioni, anche feroci, di coloro che sostenevano lui ed Egger non avevano mai raggiunto la vetta del Cerro Torre. Maestri volle lasciare sulla parete della montagna un segno evidente (e incontestabile) del suo passaggio. E ci riuscì a pieno!

 


Foto copertina
Cerro Torre
Autore Alex Proimos – Licenza CC BY 2.0

 

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